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Árpád Weisz: la passione per il calcio oltre i limiti del destino

Il freddo gelido di quegli anni portò via anche lui e i suoi cari, la perfidia dell’uomo deturpò anche la sua esistenza: quella neve stonava con quei lugubri luoghi, rendeva romantico agli occhi dei malcapitati, e soprattutto dei più piccoli, un posto da cui non sarebbero mai più usciti. Árpád Weisz, ungherese, si trovò coinvolto appieno in quello sciagurato piano omicida; lui e i suoi due figli, e la sua consorte. La sua vita fino ad allora era felice, colmata da quel lavoro che faceva con sincera dedizione, la stessa che dovremmo scorgere nei calciatori di oggi. Dal 1922 al 1926 vestì i panni di calciatore, poi iniziò la sua carriera da allenatore, che gli dette prestigio soprattutto per la vittoria dello scudetto con l’Inter di allora, l’Ambrosiana: fu l’allenatore più giovane che portò una squadra alla vittoria dello scudetto e fino ad oggi nessuno è ancora riuscito a strappargli il record. Aveva trentaquattro anni, era il 1929/1930 quando vinse il suo primo Scudetto. Riuscì a ripetere l’impresa alla guida del Bologna: il titolo di campione d’italia per la squadra emiliana arrivò sia nel campionato del 1935/1936 e in quello successivo, mentre nel 1937 vinse una competizione, il Torneo dell’Esposizione Universale, che vedeva impegnata la sua squadra contro il Chelsea.

Nel 1938 la sua vita cominciò ad essere influenzata dai fattori storici legati all’era del nazismo: dovette abbandonare il lavoro e anche l’Italia, in quanto ebreo; si trasferì nei Paesi Bassi a Dordrecht. Il destino gli dette la sua ultima possibilità di fare ciò che amava di più, di esprimersi attraverso il calcio: allenò con successo una piccola squadra locale. Forse lo immaginava, o forse era ignaro del fatto che di lì a poco la sua vita gli sarebbe stata man mano strappata dalle sue mani: arrivò dapprima il trasferimento suo e della sua famiglia in un campo di lavoro, poi la più gelida sentenza che il genere umano abbia mai conosciuto. Il campo di concentramento di Auschwitz prosciugò anche le sue ultime speranze di vita normale, “colpevole” solamente della sua fede religiosa e delle sue origini. La sua carriera da allenatore fu stroncata sul più bello, le sue giovani speranze spazzate via. Nel 1944 morì delle più atroci azioni che l’uomo abbia mai potuto mettere in atto. Nonostante ciò, anche se l’apporto che avrebbe ancora potuto regalare al calcio sarebbe stato sicuramente ingente, è rimasto nella storia.

L’oblio in cui era stato lasciato cadere sicuramente non gli rese l’omaggio che meritava e solamente nel 2009 ci fu la sua prima commemorazione da parte del Comune di Bologna che gli dedicò una targa in sua memoria sotto la Torre Maratona nello Stadio Dall’Ara. Tre anni dopo l’Inter decise di porre anch’essa una targa commemorativa allo Stadio Giuseppe Meazza, (giocatore che fu scoperto proprio da Weisz). Nel gennaio 2013, in occasione del match di Coppa Italia tra Inter e Bologna (che è stato a lui dedicato), i giocatori sono scesi in campo con una maglietta commemorativa. Nel mese di ottobre dello stesso anno, nello stadio “Silvio Piola” di Novara è stata affissa una targa commemorativa e nel febbraio 2014 il Comune di Bari, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Veterani dello Sport ha deciso di intitolare a lui una via nelle vicinanze dello stadio “San Nicola”.

La storia di Weisz deve insegnarci a dare la giusta importanza a ciò che davvero conta nella nostra esistenza, deve insegnarci a darle il peso che merita e dovrebbe farci ragionare sull’importanza che oggi diamo ai protagonisti, allenatori o calciatori che siano. In quei tempi la vita era appesa ad un filo, la sua vita era nelle mani di uomini che prima o poi l’avrebbero manipolata e spenta quando avrebbero voluto, ma Weisz non si arrese e fino all’ultimo respiro di libertà continuò a fare ciò che più amava. Ha reso omaggio al mondo che lui preferiva, al suo mestiere fino all’ultimo secondo da uomo libero: questi sono gli uomini da esaltare, fino alla morte, quella terrena, perchè quella all’interno dei nostri pensieri non dovrà mai arrivare, bisognerà sempre tenere vivo il ricordo di chi, in condizioni di estrema oppressione e difficoltà, ha saputo dare lustro allo sport che amiamo. Immergerci nel suo mondo riesce ad annullare il calcio di oggi e a riportarci alla realtà sportiva più genuina dei suoi tempi.

 

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